Reinhold Messner a Modena

Il grande alpinista ed esploratore altoatesino sarà a Modena per una conferenza venerdi 24 febbraio, nella sede del Club La Meridiana. La serata avrà inizio alle ore 21 e la prenotazione è obbligatoria.
Per informazioni e prenotazioni:
Club La Meridiana
Via Fiori, 23
41041 Casinalbo (MO)
Telefono e Fax
Segreteria : tel. +39 059 550153 – 550693
Fax: +39 059 550184

 

Giornata della memoria – L’antisemitismo tra le montagne

Vogliamo segnalare un interessante articolo di Marco Di Blas, uscito sul Messaggero veneto il 15 luglio 2011, ma che si presta perfettamente ad essere letto nella giornata che ricorda l’Olocausto degli Ebrei. Il pezzo descrive le norme antisemite messe in atto in Austria da parte dell’Alpenverein con il cosiddetto “Arierparagraph”, un complesso di disposizioni che impediva di fatto agli alpinisti ebrei di iscriversi al club ed accedere ai suoi rifugi. L’aspetto più agghiacciante dell’articolo è che queste norme diventano attive nel 1920, ben 19 anni prima dell’Anschluss, l’annessione dell’Austria da parte della Germania. Il 1920 è del resto anche l’anno in cui il Partito dei Lavoratori Tedeschi fondato da Anton Dexler, grazie all’azione di Adolf Hitler ed alla sua ascesa inarrestabile, cambia il suo nome in Partito Nazionalsocialista dei Lavoratori Tedeschi (NSDAP). Quel che segue è, purtroppo, un’immane, catastrofica tragedia per il mondo intero.

Namasté Mario

“La sua prima volta all’Everest fu d’autunno, nel 1999, con un solo compagno e nessun’altra spedizione sulla montagna: impresa sovrumana. Lo conobbi allora. Vennero quasi sepolti dalla neve già al campo base e furono costretti ad una fuga  precipitosa, con abbandono totale di materiale, per non rimanere bloccati a Rongbuk. Da allora è passato un sacco di neve sulle cime e Mario è diventato uno degli himalaysti più attivi e conosciuti degli ultimi anni, passando attraverso una collaborazione felice con Gnaro Mondinelli, fino alla dura esperienza dell’Annapurna nel 2005. Quando non è in Himalaya, si rintana in fondo alla Val Lizzola, intestino cieco della montagna bergamasca più genuina. Ricorda nel fisico un troll norvegese, robusto e dai lineamenti marcati, ma dai modi gentili.  A Kathmandu, la sera, è sempre in baracca, come si dice da noi in Emilia. Del resto Mario ha un talento naturale nel farsi amici.”

Questo il ritratto che avevo fatto di Mario Merelli qualche anno fa e nonostante non ci vedessimo più molto spesso, penso sia rimasto sempre attuale. Mario era davvero un troll gentile. Una di quelle persone di cui fatichi davvero a immaginare doppi fondi o scomparti segreti, tanta era la sua immediatezza di pensiero e parola. Guardatevi l’intervista fatta alla Piramide del CNR di Lobuche dopo la salita del Lhotse: è il racconto bello e umano di un non-eroe, di un alpinista forte ma che conosce la bellezza della compagnia, della condivisione e la rimpiange quando questa non c’è. Un alpinista che lacrima di freddo e fatica sui pendii ghiacciati e di riconoscenza nel caldo di un lodge, senza vergognarsi delle emozioni che saldano pezzi importanti della propria vita.

Non era un superman Mario, nonostante i suoi undici ottomila. Tra una spedizione e l’altra, lavorava al meublé di famiglia nella sua val Lizzola come un uomo qualsiasi. Certo la sua carriera di himalaysta aveva raggiunto un livello alto, ma le sue radici profonde di uomo della montagna bergamasca erano intatte. Forse anche per questo, per questo suo essere uomo montagnoso in ogni sua fibra, che gli sherpa d’alta quota lo vedevano come uno di loro, un alpine sherpa Perché questi sentimenti, quasi animali, quasi annusati, si avvertono al di là di ogni differenza di razza e cultura, a dispetto di ogni difficoltà linguistica.

Anche la sua caduta, proprio nel cuore delle sue montagne, è un tragico simbolo della della sua profonda appartenenza, un suggello terribile che si compie per Mario come accaduto per diversi grandi alpinisti prima di lui: Loretan, Berhault, De Marchi.  Un lama direbbe che gli dei delle montagne hanno voluto così: laghyelo, hanno vinto gli dei.

E forse il fatalismo tibetano sintetizza meglio di ogni altra espressione aspirazioni, fatica, dolore, successi, fracassi, vita e morte degli uomini di montagna. Ed allora saluto Mario con il classico Namasté, saluto il divino che è in lui, quella scintilla che, qualsiasi religione si abbia o non si abbia, fa alzare la testa e vivere in pieno la propria vita.

Manuel Lugli

Moderne Zeiten

L'Ama Dablam e le montagne del Khumbu verso sud viste dalla vetta dell'Island Peak

Del “Che tempo che fa” di ieri sera, bello anche se per motivi giornalistici un po’ compresso, dati soprattutto i personaggi in gioco, una cosa mi ha colpito più di tutte. Una  riflessione del sempre grande Reinhold Messner, una riflessione sulle spedizioni alpinistiche. Il succo è più o meno questo: “Le salite, le spedizioni nascevano anzitutto da un sogno e spesso si preparavano un anno per l’altro. Si sceglievano la meta, i compagni di salita, si pianificava ogni cosa con cura. E poi magari si falliva, ma anche questo era utile: per evitare il più possibile di ripetere gli errori ed aumentare al massimo le chances di successo”.
Perchè fa così impressione sentire dire quel che sembra ovvio ai più, ciò che sarebbe naturale pensare, soprattutto se si parla di un alpinismo in alta quota ? Perchè è tutto cambiato. Radicalmente e per molti motivi.  Anzitutto la carenza di sogni. Sono pochissimi gli alpinisti – professionisti e amatori – che cercano idee e mete nuove. E’ più semplice affannarsi su itinerari noti, richiede molta meno pianificazione, si trova gente in abbondanza, fa risparmiare sicuramente tempo – anche se non sempre denaro.
Non fa che riflettere l’andamento generale delle nostre vite: surrogare e comprimere le esperienze al solo momento dell’azione: poco o niente preparazione, meditazione, pensiero. Di qui – è esperienza personale come organizzatore – l’affastellarsi di richieste di alpinisti singoli, spesso solitari, che non pianificano nulla, cercano semplicemente treni su cui salire. Alpinisti bravi e scadenti allo stesso modo all’inseguimento di sogni vecchi e a tutti i costi, senza considerare tempi, modi, luoghi ma solo il fare in sè e per sè. Metti in saccoccia, non importa come nè con chi.
Poi c’è la deformazione dell’apparire più che essere, in base alla quale fa più curriculum e dà più visibilità fallire su un ottomila famoso che riuscire su settemila ignoto.
Parliamo spesso di alpinismo “moderno” solo perchè abbiamo previsioni meteo accurate o connessioni internet dal più remoto dei campi base e non ci accorgiamo di quanto sia invece scadente questo andare, questo affrettarsi sulle vie normali. E’ vero forse che ognuno ha un suo proprio sogno, ma come per le idee ci sono sogni degni di rispetto e ammirazione ed altri meschini, a breve gittata, spesso ammantati di un’abbagliante quanto finta grandiosità.
La grandezza di Bonatti, Messner  e non molti altri invece è stata proprio quella di sognare anni luce avanti e avere visioni così ampie che non consentivano di essere filtrate da cazzate twitteriche o facebookiche o di altro “moderno” genere; non tanto perchè non esistessero allora questi supporti mediatici, ma semplicemente perchè le idee erano così grandi e moderne di per sè da non poter essere compresse in alcun modo. Ed è così che sono entrate nel mito, attraversando il tempo, come i racconti dei loro protagonisti, racconti orali ed omerici (anche quando scritti) che non accettano nemmeno la riduzione fotografica, figurarsi la misura elettronica. Le loro avventure sono chansons de geste che ancora oggi leggiamo tenendo l’occhio sulla storia ed il cuore nella leggenda.

Onda Solare: attraverso l’Australia a emissioni zero

Martedi sera 20 dicembre a Maranello, presso l’auditorium Enzo Ferrari in Via Giardini 78, verrà presentata l’avventura della macchina solare Emilia II al World Solar Challenge 2011, svoltosi in ottobre in Australia. Saranno presenti i protagonisti della fantastica avventura del progetto Onda Solare, per raccontare con parole ed immagini il lungo viaggio della solar car italiana.

Planetmountain tra i primi dieci !

 

 

 

 

La versione online della prestigiosa rivista statunitense Outside ha appena inserito Planetmountain nella sua classifica dei 10 migliori blog di arrampicata. Un bel riconoscimento per lo storico sito di montagna/alpinismo/arrampicata che da sempre segue una linea di informazione aggiornata, seria e documentata, lontana da sensazionalismi e notizie stile “Novella 8000″, che alcuni altri “concorrenti” in rete utilizzano…Complimenti a Vinicio Stefanello e Nicholas Hobley, motori originari di Planetmountain !

I Magnifici Sette: programmi guidati 2012

Il ghiacciaio Gowin-Austen, sullo sfondo il K2 (Foto©Manuel Lugli)

La lunga esperienza accumulata in oltre vent’anni di attività e lavoro in Himalaya e Karakorum, unita alla passione di comunicare ai nostri viaggiatori emozioni e conoscenze, ci spingono ad aumentare il numero di programmi guidati per il 2012 che sta arrivando.  Sono programmi semplici, di media difficoltà e impegnativi, in modo che ognuno possa trovare il proprio trek ideale. Dai trek più classici agli itinerari meno battuti. Gli accompagnatori saranno guide trekking o guide alpine, tutte con esperienza di Himalaya.  Ecco i Magnifici Sette:

  1. Kathmandu e i gompa del Khumbu. 17 giorni, 6-22 aprile. Facile.
  2. Renjo La. La faccia sconosciuta dell’Everest. 22 giorni, 20 aprile-11 maggio. Medio.
  3. Circuito dell’Annapurna. 17 giorni, 11-27 maggio. Medio.
  4. Circuito Rolwaling-Khumbu e Pachermo. Medio, con salita trekking peak facile. 21 giorni, 28 aprile-18 maggio.
  5. Mera Peak e Amphu Labcha. 22 giorni, 13 aprile-5 maggio. Medio, con salita trekking peak facile.
  6. Trek dei Tre Colli: dal Makalu all’Everest. 25 giorni, 20 aprile-14 maggio. Difficile/alpinistico.
  7. Baltoro Odissey: dal K2 ai Gasherbrum. 22 giorni, 28 giugno-19 luglio e 10-31 agosto. Medio.

Per informazioni, programmi e dettagli:  chiamate il 329/9127628 o scrivete a manuel@nodoinfinito.com

Buon weekend a tutti !

Insegnanti per il Nepal: il miglior ricordo di Roby Piantoni

Ho un bellissimo ricordo di Roby Piantoni. Anzi molti ricordi, che partono dal 2004 e si susseguono fino al tristissimo settembre 2009, mese in cui Roby vola via.  Il ricordo di un alpinista fortissimo ma umile, una personalità entusiasta e appassionata ma con una maturità quasi inaspettata in un uomo così giovane. Doti tecniche e umane non comuni che ha condiviso fino all’ultimo col suo storico compagno di salite Marco Astori e che lo ha portato – anche questo segno di grande sensibilità e consapevolezza umana – a dedicare buona parte delle sue energie e risorse ai giovani nepalesi. Fin dalle su prime visite in Nepal, Roby aveva compreso le difficilissime situazioni di gran parte dei bambini e ragazzi delle valli nepalesi, costretti a lasciare la scuola prestissimo per mancanza di mezzi o, spesso, perchè semplicemente la scuola in valle non esiste. E da lì – e mi piace pensare che ci abbiamo lavorato insieme – è partito molto presto il suo contributo al progetto “Insegnanti per il Nepal”, progetto che dopo la sua fine è divenuto istituzionale tramite l’ Associazione Roby Piantoni , fondata dai famigliari e dagli amici più stretti: Denise Piantoni, Claudio Belingheri, Sara Belingheri, Silvia Cuminetti, Marco Astori e Yuri Parimbelli.  Il progetto “Insegnanti per il Nepal”, supervisionato direttamente anche in loco dai fondatori dell’Associazione, ha già conseguito una serie di bei risultati, nella valle del Makalu di cui Roby si era innamorato durante la spedizione del 2007. Vi invitiamo a leggere la brochure per capire quali sono le cose fatte e quelle da fare. E vi invitiamo ad un gesto di generosità, quella stessa che Roby  durante i suoi viaggi nepalesi metteva in ogni incontro con i giovani nepalesi.

Associazione “Roby Piantoni”
Via Magnone 4a, 24020 Colere (BG).
Email: insegnantiperilnepal@robypiantoni.it
www.robypiantoni.it
IBAN: IT56 A 05428 5397 00000 00000 193 

Namibia, Botswana e Zambia: reportage africano

Dall’amico Giancarlo Graidi, riceviamo un diario telegrafico ma entusiasta del viaggio africano che ha fatto con noi in Namibia, Botswana e Zambia (cascate Vittoria). Nelle sue parole lo stesso entusiasmo, la stessa meraviglia che sempre coglie anche noi, ogni volta che torniamo in Africa…

La partenza da Swakopmund, pezzo d’Europa in Africa, verso lo Spizkoppe è stata l’immersione nel grande territorio on the road. Allo Spizkoppe eravamo soli: posto magico.  Per quanto mi riguarda concepisco il viaggio come un percorso sul territorio, un attraversamento che consente il raggiungimento della meta, quando la meta spesso diventa secondaria rispetto al tragitto che ti consente di raggiungerla.  Lo so che se ciò avviene a piedi la sensazione diventa maggiore (Chatwin insegna).
Nhoma camp è stato semplicemente fantastico, faccio fatica a tutt’oggi, a non pensare che la cosa fosse costruita per i turisti. Arno è stato disponibile e godurioso con i suoi gin tonic  la sera attorno al fuoco simpatico e  comunque AFRIKANER ( lo dico nel senso buono).  Ma la cosa veramente di grande spessore sono state le passeggiate nel bush con i San, veramente di grande emotività. Spero che stiano sempre bene nella loro dimensione di vita.
Simpaticissimi anche i luoghi scelti dal Roy’s Camp al Ngepi  Camp.
Se  avessimo “escluso “ il Botswana, l’Etosha avrebbe avuto una ruolo diverso nel senso che, seppur stupendo, è meno selvaggio degli altri parchi che abbiamo visitato . L’Etosha è stracolmo di turisti che danno chiaramente una immagine più da safari park. Noi lo abbiamo attraversato da soli per andare verso il Botswana, ma abbiamo anche preso una guida che ci ha permesso di vedere animali (Leopardi, Ghepardi e Leoni) che difficilmente da soli avremmo visto. Ha una sua dimensione completamente diversa dal Moremi , Savuti e soprattutto il Chobe.   Arrivati a Maun abbiamo sostato al lodge dell’Island Safari, bello, e la mattina successiva siamo partiti con loro; in tutto 12 persone per lo più tedeschi, e due operatori: un autista guida e un cuoco assistente. Molto bravi, disponibili ed esperti dei luoghi.  Il percorso attraverso il Moremi , Savuti e Chobe è stato veramente entusiasmante . Le strade  sono da addetti ai lavori, nel senso che incontri solo tour organizzati o fuoristrada attrezzati . E’ l’ambiente naturale il vero protagonista associato agli animali che di volta in volta incontri.  Fai fatica a dire ciò che è più bello, ma messo alle strette posso dire che il Chobe è veramente particolare soprattutto la sera al tramonto….un numero impressionante di elefanti.
Il passaggio verso lo Zambia è lo stesso di impatto: entri veramente, come ci hanno detto loro, in Africa.  Poi Livingstone e le cascate Vittoria: MOZZAFIATO.  Ti senti piccolo di fronte a certe cose.
Simpaticissimo il ritorno da Livingstone  a Maun in aereo. Il pilota, un sonato che la metà bastava…Con un aereo a 6 posti abbiamo sorvolato lo Zambesi e il delta dell’Okavango a bassa quota ….ti lascio immaginare che panorama.  La cosa particolare è che vedi una serie di strade che attraversano il delta in ogni direzione e molte di queste sono interrotte dall’acqua, immagino che sia solo per esperti avventurarsi in auto: la situazione cambia di continuo e richiede doti di guida non indifferenti.
Arrivati a Maun all’aereoporto avevamo la macchina (veramente bravi ed organizzati) la notizia era che non potevamo proseguire verso la Namibia in quanto la strada era interrotta. Un attimo di verifiche cartografiche e poi abbiamo deciso di ritornare al lodge dell’Island per pernottare e ripartire l’indomani verso Kasane e poi il Caprivi direzione Ngepi. Grande smacchinata, siamo arrivati la sera a Kasane ed abbiamo dormito campeggiando in un bel lodge. La mattina successiva siamo entrati nel Caprivi: un nastro d’asfalto dritto come una spada attraversa un paesaggio che poi diventa monotono ( non per me): si vedono ai lati innumerevoli villaggi. L’arrivo a Ngepi. Giro in mokoro e una bella dose di birra.  Ci ha fatto piacere ritornare al Roy; stavolta, contrariamente a prima, c’era un casino di gente.
Molto bello ed interessante anche il Waterberg plateau. Qui abbiamo fatto un piccolo trekking.  Poi Windhoek, dove abbiamo cenato in un ristorante veramente bello, particolarissimo, con un arredo pazzesco. La mattina dopo giro in città e poi via a prendere il volo.