Sono finalmente riuscito a leggere il libro di Luca Gianotti uscito qualche mese fa per i tipi di Ediciclo. Io e Luca siamo amici da oltre vent’anni e posso dire cha abbiamo intrapreso cammini paralleli – tanto per restare in argomento – sulla spinta di una ormai lontana (1988) spedizione scialpinistica attraverso i ghiacci del Vatnajokull, in Islanda. Una folgorazione che ci ha portati a fare del cammino una professione, seppure con tempi e modi diversi. Prima con la Boscaglia ed ora con la Compagnia dei Cammini (www.compagniadeicammini.it), si può dire che Luca Gianotti abbia inventato un approccio nuovo e personale al camminare, con un considerevole successo tra gli appassionati, o almeno tra coloro che non cercano nel cammino la sola performance fisica o tecnica, ma qualcosa di più profondo.
Ora Luca esce con un libro sul camminare che è un po’ il suo manifesto, il suo modo di intendere il cammino: uno stile di vita, un approccio ideale alla natura, un’occasione preziosa di incontri, una vera terapia fisica e spirituale capace di curare, se non proprio guarire, i mali che ci affliggono. I suoi riferimenti d’altronde sono strettamente connessi alla natura e ad un approccio zen del cammino; l’incontro con il monaco zen vietnamita Thich Nhat Hanh (www.esserepace.org) ha approfondito questo aspetto del camminare e in tutto il libro, anche nelle parti più pratiche, si legge l’invito a cercare nella semplicità e nella bellezza del cammino in natura la consapevolezza (parola chiave) del proprio essere, fisica e mentale. E’ proprio partendo da questi principi – che raccolgono di base l’insegnamento buddista – che Luca Gianotti sviluppa e definisce il suo modo di camminare, il suo deepwalking (www.deepwalking.org).
Il libro è molto interessante ed offre anche parecchie informazioni pratiche, utili sia ai neofiti che a coloro che cercano idee e suggerimenti da chi cammina per professione. Alcuni episodi “di cammino” raccontati, appaiono talvolta velati da una sorta di ingenuità ma che probabilmente proviene dallo stesso approccio zen di cui si parla sopra: l’acquisizione di una nuova consapevolezza che si applica anche alle cose più semplici che la natura ci offre. Il gatto che si addormenta sui piedi, il cammino sotto l’acqua, il freddo, la durezza della natura acquistano nuovi significati. Altri episodi avrebbero magari meritato più parole, ad esempio sapere come diavolo ha fatto l’italiano citato nel libro ad aprire un bed & breakfast sulla spiaggia più dispersa di Capo Verde. E soprattutto perché.
Un altro aspetto che attraversa tutto il libro è l’approccio completamente bio al cammino. Biologici (e vegetariani) gli alimenti, le medicine da portarsi appresso e il più possibile gli indumenti e le attrezzature. Se questo è completamente in linea con la filosofia del libro e in generale del deepwalking, a volte può suscitare qualche perplessità in chi, come il sottoscritto, lo ammetto, magari non ha tutto questo rigore ed apprezza ancora alla sosta pranzo un panino al prosciutto crudo ed un bicchiere di vino piuttosto che il tofu e una tisana di tiglio. O chi (eccomi di nuovo in lista), qualche dubbio su certi metodi di cura ancora li nutre, soprattutto quando magari è necessario risolvere l’acciacco in tempi utili a continuare il cammino.
In ogni caso una lettura assolutamente consigliata a tutti coloro che amano questo antichissimo, primordiale modo di muoversi. Sono tempi in cui chi si sposta a piedi è visto strano, con sospetto. Perché chi va a piedi lungo le strade d’Italia, d’Europa, del Mondo, sono i migranti, i poveri, i diseredati. Ma il cammino rimane l’attività più antica e naturale dell’uomo, anche se i più l’hanno scordato. E ti fa capire anche l’altro mondo, quello delle vite in cammino per necessità, dove il solo piacere è la cessazione della fatica. Dove non tutti i passi sono felicità e quiete. Come accade alle donne Himba o San dell’Africa australe, cariche di otri e chilometri sulla testa, per trovare l’acqua. Perché il cammino, da sempre è anche sofferenza, basta una foto di Salgado per capire: gli eserciti in marcia, gli esodi biblici, i viaggi dei profughi, rimbalzati da un paese all’altro, le ritirate di Russia, i ritorni degli internati all’apertura dei campi di sterminio. Perché il cammino ha questo che lo rende unico: è parte ancestrale dell’uomo, come la fame, l’istinto di sopravvivenza, la vita stessa. Il cammino è fisico e spirituale, porta da qualche parte o da nessuna, è fine a se stesso, ma non perde nobiltà. Il libro di Luca ha proprio il merito di dare ulteriore nobiltà al camminare; non una nobiltà snob ed altera, ma al contrario la nobiltà di una cultura o, come non certo a caso recita il titolo del libro, di un’arte.
Manuel Lugli