Il prezzo delle storie

Il titolo di questo lungo post con poche parole apre e chiude due storie, storie che alla fine sono dentro lo stesso libro del mondo. Sono due livelli di racconto di una sola tragedia. Uno è il racconto di una guerra civile. Già accostare la parola guerra a civile è un imperdonabile ossimoro. Come si può usare un termine che nel suo significato più profondo descrive qualcosa che ha a che fare con il vivere “civile” dei cittadini (i civese quindi col rispetto e la pace, con la civiltà, per descrivere una guerra ?  Come può una guerra essere civile ?   Il primo racconto è il massacro della Siria, un massacro che vede un dittatore sanguinario, Bashar Al Assad, trucidare i suoi stessi compatrioti con atti di vera e propria guerra. Non si parla più di repressioni e cariche di polizia, di arresti e sparizioni degli oppositori, come nelle dittature di ogni tempo e paese – e come già faceva il padre di Assad. Qui si raccontano bombardamenti a tappeto, cannoneggiamenti, mitragliamenti e rastrellamenti di civili come in un paese invaso. Qui la guerra è un cancro che divora dall’interno. Nelle sollevazioni dei vari paesi dell’Africa Mediterranea di questi mesi tra il 2011 e il 2012, la cosiddetta Primavera Araba, la comunità internazionale e le varie organizzazioni governative – ONU, Nato, etc. – non hanno mai mancato di monitorare, condannare, stigmatizzare, fare pressioni più o meno pesanti sui dittatori di questo o quel paese, fino ad intervenire pesantemente e militarmente, come in Libia. Per la Siria tutto questo non è accaduto. Fin dalle prime manifestazioni del marzo 2011, nate sulla scia della Primavera Araba, la tragedia siriana, che ha portato ad oggi alla morte di oltre 5.400 persone ed all’arresto di oltre 15.000 (fonte: Nazioni Unite), è sembrata non interessare a nessuno. Se per la Libia la “tragedia umanitaria” ha portato in poco tempo ai bombadamenti di USA, Francia e Inghilterra ed alla fine della dittatura di Gheddafi, per la Siria si è trattato finora di “questioni interne”, di uno scenario “delicato” su cui è difficile intervenire. Certo la Siria è sempre stato tra i paesi “canaglia”, sospetti di offrire basi al terrorismo internazionale ed il veto messo in febbraio da Russia e Cina su qualsiasi intervento militare non aiuta certo ad alleggerire i sospetti e quindi a forzare la mano.  Anche la Siria, come la Libia, ha poi problemi di natura etnica, con la minoranza alawita, di cui fa parte la famiglia Assad e gran parte dell’elite militare, che regge le sorti di un paese a stragrande maggioranza sunnita. Ma nonostante tutte queste che paiono osservazioni di prudenza e realpolitik, quel che balza agli occhi è che, come sempre, dove i paesi occidentali hanno interessi economici e strategici importanti – leggi petrolio, gas o materie prime – le “ragioni umanitarie” sono più ragioni che altrove per intervenire direttamente. Per capire meglio, bastano alcuni semplici numeri: la produzione di petrolio della Libia nel 2009 è stata di 1.650.000 barili al giorno, con un consumo di 264.000 barili al giorno; la produzione della Siria nel 2009 è stata di 368.000 barili al giorno, con un consumo di 283.000 barili, cioè la Siria praticamente consuma quasi tutto quel che produce. Questo spiega già molto degli interessi “umanitari” dei paesi occidentali per la Siria. Qualche altro dato di riferimento: il Kuwait produce 2.350.000 barili al giorno e ne consuma 372.000, l’Oman 812.000 e ne consuma 115.000, il Qatar 926.000 e ne consuma 147.000, l’Arabia Saudita 8.250.000 e ne consuma 2.438.000. (fonte: www.indexmundi.com). Se non sono prezzi della storia questi…
E così Bashar Al Assad continua i suoi massacri, con la banalità del suo male, perfettamente incarnato dalla sua figura così anonima, scarna, fissa ed imperturbabile, dai suoi improbabili occhi grigi occhi appena disturbati dal vezzo di quei baffi che sembrano non appartenere a quel volto. Massacri che colpiscono militari e soprattutto civili ma anche blogger e giornalisti siriani e stranieri.

Come gli ultimi che entrano nell’altra storia, con un biglietto d’ingresso altissimo: la loro stessa vita. Marie Colvin e Remi Ochlik erano insieme ad Homs, città-martire della Siria, quando sono stati spazzati via dai razzi. Così diversi eppure così uguali nella loro passione / missione di raccontare storie di guerra, nel far conoscere alla gente comune l’orrore, lo schifo, la paura di tutte le guerre. Marie Colvin, 55 anni, aveva iniziato guidata dallo spirito indomito di Martha Gellhorn, moglie di Hemingway e grande reporter di guerra. Inviata del Sunday Times, era stata in Cecenia, Balcani, Sierra Leone, Eritrea, Libia, tra i Talebani in Afghanistan, in Sri Lanka, dove aveva perso l’occhio che aveva deciso di coprire con una benda da pirata. E da pirata aveva vissuto e lavorato, sempre sul fio di un rasoio affilatissimo. «La nostra missione è raccontare gli orrori della guerra con accuratezza e senza pregiudizio. Dobbiamo sempre chiederci se la storia vale il rischio. Cos’è coraggio e cos’è bravata», aveva dichiarato qualche tempo fa ad una commemorazione di colleghi morti in conflitti armati. Difficile davvero capire quando la storia chiede un prezzo troppo alto. Nemmeno per Remi Ochlik  era facile capire il limite.  Era giovanissimo, 28 anni, ma già quotatissimo e con un grande futuro giornalistico davanti a sè. Lavorava come freelance per Paris-Match, The Wall Street Journal e Time Magazine dopo aver iniziato a soli 20 anni a fotografare l’inferno della guerra civile ad Haiti. Era stato in Congo, Tunisia, Egitto e Libia a fotografare le rivolte di quei paesi e da lì aveva riportato alcune foto che gli avevano fatto vincere il World Press Photo 2012, uno dei maggiori riconoscimenti mondiali. Ochlik sapeva che il suo destino era essere dove si gioca la storia, non sul terrazzo di qualche grande hotel, a distanza di sicurezza da qualsiasi minaccia. «È pericoloso ma io sono lì dove ho sempre sognato di essere. E quando il pericolo è passato c’è una sola voglia, una sola idea fissa: ritornarci, ancora e ancora. La guerra è peggio di una droga».
E’ magra consolazione, ma è grazie a uomini e donne come Colvin e Ochlik che la memoria della guerra ci arriva e ci consente di averne orrore e di opporcisi con tutte le forze a nostra disposizione.

Fosco Maraini. A cent’anni dalla nascita.

Foto©Giulio Malfer

Il 2012 è l’anno in cui ricorrono i cento anni dalla nascita di Fosco Maraini. Etnologo, orientalista, alpinista, fotografo, scrittore e poeta, Maraini ha rappresentato una figura straordinaria di studioso e uomo d’avventura nel senso più alto e nobile del termine.
Uomo di grandissima modernità e cultura, era nato il 15 novembre 1912 in una famiglia multi-culturale e multi-lungue. Il padre, Antonio, scultore di origini ticinesi e la madre, Yoï Crosse, scrittrice di padre inglese e mare ungherese, costituiscono da subito un ambiente di grande vivacità intellettuale per il giovane Fosco, che si laurea in scienze naturali e antropologiche e nel 1937 parte per il Tibet assieme allo studioso Giuseppe Tucci, incontri questi due, che lo segneranno per sempre portandolo ad appassionarsi alla cultura orientale e diventandone uno dei maggiori studiosi. Maraini diventa prima professore all’Università di Kyoto e più tardi, all’Università di Firenze, dove insegna lingua e letteratura orientale. Scrive negli anni numerosi libri, tra cui, nel 1999, una bellissima autobiografia romanzata, “Case, amori, universi”.
Maraini, confermando la vivacità ed ecletticità della su intelligenza, fa anche una brillante carriera come fotografo e alpinista, realizzando numerosi lavori fotografici in Tibet, Giappone, Pakistan, Asia Centrale ed Italia. Come alpinista partecipa a numerose salite e alcune spedizioni del Club Alpino Italiano, come quella al Gasherbrum IV del 1958, guidata da Riccardo Cassin e quella al Saraghrar Peak in Hindukush, guidata da Franco Alletto e Paolo Consiglio.
Fosco Maraini chiude la sua avventurosa vita a Firenze, l’8 giugno 2004 e viene seppellito in Garfagnana.

Paolo Rumiz a Modena per CUAMM

Domenica 4 marzo, alle ore 18,00, la Sala Conferenza della Biblioteca Delfini di Modena (Corso Canalgrande, 103), ospita la presentazione del libro di Paolo Rumiz “Il bene ostinato” (Feltrinelli, 2011), che racconta il lavoro silenzioso dei volontari di Medici con l’Africa Cuamm per l’assistenza sanitaria in Africa.
A dialogare con l’autore sarà Paolo Lanzoni, volontario del Cuamm. Modera l’incontro: Manuel Lugli, de Il Nodo Infinito.

L’iniziativa, a ingresso libero, è realizzata in collaborazione con il Comune di Modena, la Biblioteca Delfini, l’agenzia di viaggi Il Nodo Infinito e associazione Culturale Fusorari Viaggi&Esperienze.
L’incontro fa parte del ciclo: “Come un sacco di grano”. Incontri con viaggiatori in partenza, di ritorno, in transito.
La serata prosegue poi con una cena, su prenotazione, in compagnia di Paolo Rumiz e Medici con l’Africa Cuamm, presso Fusorari Cibi&Viaggi (P.le Torti, 5, angolo Via Selmi). Parte del ricavato sarà devoluto al progetto di sostegno dell’ospedale di Mikumi in Tanzania. Prenotazioni al n. 059.4270436 oppure info@fusorari.it

Un’avventura quella del Cuamm che da oltre sessant’anni s’irradia nel mondo attingendo alla solidarietà di volontari, gruppi e istituzioni provenienti da tutte le regioni e le province d’Italia. Forte anche il legame con Modena e l’Emilia Romagna. Sono 134 i volontari di Medici con l’Africa Cuamm, 69 uomini e 65 donne, originari dell’Emilia Romagna inviati negli anni in Africa, in diversi paesi tra cui Angola, Kenya, Uganda, Mozambico e Tanzania. Di questi, 17 provengono dalla provincia di Modena.
Sono molte le istituzioni che supportano il lavoro del Cuamm per il diritto alla salute dei più vulnerabili: in particolare la Provincia di Modena, il Comune di Modena e la Fondazione Cassa di Risparmio di Modena che, attraverso la collaborazione con il gruppo locale Medici con l’Africa Modena – Reggio Emilia, molto attivo nel territorio con iniziative di sensibilizzazione, sostengono l’ospedale di Mikumi in Tanzania.

 

Presidio necessario

Le Autorità dello Stato a Modena, hanno ritenuto di autorizzare la presenza di Forza nuova con un banchetto sotto i portici del Collegio, per il giorno 11 febbraio dalle ore 10 alle 11,30.   Ancora una volta la XII disposizione transitoria della Costituzione, e la Legge Scelba non sono applicate.  Noi non possiamo che protestare in  modo democratico, ma fermo, organizzando un presidio “numeroso” davanti al Sacrario della Ghirlandina. Chiediamo ai modenesi di sostenere questa nostra protesta: Chiediamo ancora una volta che si risparmi a Modena questo affronto.
Ci troviamo al Sacrario alle ore 10 del 11 febbraio p.v.

Associazione Nazionale Partigiani d’Italia – Comitato Provinciale di Modena

Chi pensa che forze di ispirazione nazi-fascista non abbiano diritto di parola nè di presenza nella società civile nata dalla Resistenza, aiuti a diffondere il comunicato.
Molte grazie.
Manuel Lugli

De rerum natura

In questi giorni di intense nevicate mi tornano alla mente alcune delle riflessioni fatte nella primavera 2010 in occasione dell’eruzione del vulcano islandese Eyjafjöll. Come ricorderete la grande eruzione aveva paralizzato completamente il traffico aereo dal 14 al 23 aprile ed obbligato ad aperture e chiusure intermittenti fino al 9 maggio.
In sintesi, avevo scritto che in fondo ero contento che la Natura facesse valere il suo buon diritto di regolare, seppure per un periodo limitato, le attività umane. Senza ovviamente alcuna considerazione delle velocità supersoniche, delle compagnie aeree, degli affari e dei manager isterici bloccati negli aeroporti a pestare i cappelli per terra, senza nessuno da incolpare se non un’entità tanto astratta quanto potente come la Natura. Ora, con il rispetto necessario e l’umano dispiacere per le vittime di questo gelo, non posso che ribadire gli stessi concetti e dire che la neve che blocca le nostre strade, fa chiudere le scuole, rallenta fino a interrompere ogni negotium non è che l’espressione potente di quella Natura che governa il mondo da sempre, ma che la comunità umana ha creduto e crede, insensatamente, di controllare sempre e comunque. Memoria troppo corta abbiamo ed ogni fenomeno ci sembra eccezionale, mentre non è che il ripetersi di eventi millenari. Se ci sono eccezioni – inondazioni, frane, crolli – è per gli errori dell’uomo che costruisce sui corsi dei torrenti, ai piedi delle colline e dei vulcani, sui terreni di tufo. Perchè la Natura semplicemente è. Così, se si formano code chilometriche di troppe automobili intrappolate in strade sempre meno percorribili, se si resta bloccati in treno per decine di ore, certo è colpa di un sistema umano imperfetto o carente, ma anche perchè semplicemente non si accetta che bisogna rinunciare a muoversi. O, in alternativa accettare la follia di cui l’uomo è unica causa, con le sue scelte ed i suoi comportamenti.
Non c’è nulla di più insopportabile del lamento per il caldo in estate o per la neve in inverno, per la pioggia a novembre o  i temporali ad agosto.
Tito Lucrezio Caro lo scriveva con luminosa chiarezza nel I secolo avanti Cristo:

“Né tuttavia in queste cose dovrebbe suscitar meraviglia
che a un’ora così fissa questi semi di fuoco
possano confluire e rinnovare lo splendore del sole.
Giacché vediamo molti fenomeni che avvengono
a data fissa in tutte le cose. Fioriscono a data fissa
gli alberi e a data fissa fanno cadere il fiore.
A data non meno fissa il tempo ingiunge che cadano i denti,
e che l’impubere entri nella pubertà rivestendosi di molle lanugine,
e faccia scendere da entrambe le guance morbida barba.
Infine i fulmini, la neve, le piogge, le nuvole, i venti
si producono in periodi dell’anno non troppo incerti.
Infatti, poiché tali furono i primi principi delle cause
e così le cose si svolsero fin dall’origine prima del mondo,
anche oggi ritornano l’uno dopo l’altro in ordine fisso.(…)
Viene primavera e Venere, e l’alato nunzio di Venere
innanzi cammina, e sulle orme di Zefiro
la madre Flora davanti a loro tutta la via
cosparge di squisiti colori e odori.
Poi segue il calore arido e insieme la sua compagna,
la polverosa Cerere, ‹e› gli etesi soffi degli aquiloni.
Poi giunge l’autunno, e con esso cammina l’Evio Bacco.
Poi altre stagioni e i loro venti seguono,
l’altitonante Volturno e l’Austro possente col fulmine.
Infine la bruma porta le nevi e rinnova il pigro gelo;
la segue l’inverno che batte i denti per il freddo.

Ma non ci sono più le stagione di una volta, si dice. Già. Certo l’uomo ha influenzato il clima sulla terra negli ultimi cent’anni, distruggendo le foreste, sfruttando senza ritegno ogni risorsa ed inquinando orribilmente l’atmosfera ed i mari. Ma in ogni caso i tempi su cui empiricamente valutiamo i cambiamenti climatici sono di una brevità ridicola rispetto all’età del mondo ed ai suoi cicli naturali. E nemmeno gli scienziati concordano sulla reale evoluzione climatica della Terra.
Più semplicemente, quindi, invece di imprecare ed alzare i pugni contro la neve, il gelo la pioggia o le mareggiate – e magari far fustigare il mare come fece il re persiano Serse con l’Ellesponto – bisognerebbe imparare dalla Natura, usare bene il dono della memoria e un po’ più di ratio lucreziana, accettando di rabbrividire d’inverno e sudare d’estate.

Manuel Lugli